-IL PUNTO- Lo sport di base ha diritto di cittadinanza

-IL PUNTO- Lo sport di base ha diritto di cittadinanza
Un’accesa discussione si è sviluppata in settimana tra Coni, Ministero dello sport ed Enti di promozione. Nodo del contendere lo sport di cittadinanza, per il quale la Finanziaria 2008 ha istituito un fondo triennale di sostegno al fine «di promuovere il diritto di tutti allo sport, come strumento per la formazione della persona e per la tutela della salute». Il Coni sostiene che tali finalità caratterizzano anche l’azione delle Federazioni e non solo degli Enti di promozione: questi, al contrario, ritengono che lo sport federale, mirando alla selezione degli atleti di livello e ai risultati di eccellenza, c’entri poco col diritto di tutti i cittadini allo sport. Il ministro Giovanna Melandri è intervenuta nella questione per ribadire che lo sport sociale non è esclusiva di alcun soggetto e che al fondo previsto dalla Finanziaria potranno accedere tutti coloro i quali lavorano per la crescita della pratica sportiva diffusa tra i cittadini. La confusione sembra inevitabile, considerando che la Legge Finanziaria 2008 ha inteso anticipare i tempi, impegnandosi a sostenere un’attività, lo sport di cittadinanza, per la quale si è ancora in attesa di una legge che la definisca e la inquadri. Considerando la fine anticipata della legislatura e un probabile passaggio di consegne al Governo, è verosimile che non si arriverà facilmente, a breve, ad una soluzione legislativa. Cosa fare, allora? È più facile dire cosa non fare. Bisogna evitare di fare come i famosi quattro capponi del Renzo dei Promessi sposi, i quali, legati insieme per essere consegnati a chi gli avrebbe tirato il collo, pensano solo a beccarsi tra di loro invece di preoccuparsi della sorte comune. L’associazionismo sportivo, sia delle Federazioni che degli Enti, avrebbe da risolvere urgenti questioni comuni: dall’abbandono giovanile al ristagno del numero dei praticanti e delle società, alla moda dello sport usa e getta. Su tutto, poi, emerge l’evidenza della questione giovanile, contrassegnata da un malessere esteso, di fronte al quale non sono più ammissibili omissioni o ritardi. Invece di discutere su quale associazionismo sia o non sia strumento di formazione della persona, meglio sarebbe darsi da fare di comune accordo per innovare i modelli e la stessa cultura dello sport, così da aprire davvero a tutti i ragazzi, ma anche a tanti adulti, l’accesso a una pratica sportiva disegnata secondo una reale intenzionalità educativa.