-IL PUNTO- Ci vorrebbe una pentecoste per i sacerdoti e per gli sportivi

Ci vorrebbe una
Ci vorrebbe una "Pentecoste sportiva"! Uno "spirito" che dall’alto scenda a porre rimedio ai mali dello sport moderno. Uno "spirito" generatore di nuove figure al servizio dei valori. Ma, ahimè, questa è pura utopia! È una facile scorciatoia al bisogno di persone che attraverso la pratica sportiva sappiano rigenerare il cuore, ridare fiducia a chi pratica e promuove lo sport. È il sogno di tutti i manager: poter contare su persone perfette che si sostituiscono a noi per risolverci i problemi. E’ il sogno di ogni Vescovo e desiderio di ogni parrocchia: poter contare sulla collaborazione di sacerdoti ben preparati, uomini di fede esperti in teologia e relazioni umane. Ma pure lo sport giocato coltiva il sogno di una rinascita e di una nuova credibilità a partire da "sportivi perfetti", professionisti sul campo e testimoni nella vita privata. A questi "desiderata", la manifestazione "Clericus Cup", che vive oggi l’assegnazione del titolo e la cerimonia conclusiva, può dare un suo contributo per la riflessione. A fronte di tanto interesse mediatico e curiosità comportamentali sui sacerdoti in campo, si possono fare alcune constatazioni e parallelismi: 1) per rinnovare, occorre investire in equipe che formano e educano i giovani. Basti ricordare che nei seminari esistono figure diversificate: rettore e vice rettore, padre spirituale, docenti in teologia e scienze umanistiche, equipe di educatori, consulenti psicologi, eccetera. Ma pure lo sport moderno non scherza. Oltre alla figura dell’allenatore, si contano: il vice, il preparatore atletico, il fisioterapista, il medico, il team manager, lo psicologo, il procuratore, il cappellano (!). Soltanto le tifoserie mancano di formazione … e si capiscono le conseguenze. 2) l’educazione è un percorso che non si limita ai saperi ma coinvolge l’umanità della persona. Prova ne è che esiste un calcio giocato ed un calcio parlato. Dove il calcio giocato è imprevedibile e soggetto al fattore umano motivazionale più che alle strategie dei teorici. Così pure le statue nelle Chiese, testimoniano di santi dotti ed ignoranti, di teologi e di pastori. Ed ai futuri presbiteri sarà richiesta una grossa competenza in passione e motivazione per essere veri evangelizzatori. 3) la pratica sportiva è un bene per tutti. Se anche i preti hanno saputo organizzarsi da protagonisti in un evento sportivo, ciò significa che non si può lasciare governare lo sport solo ai mercanti o alla forza pubblica. Essendo un bene comune, come tale va affrontato. Con le logiche del progetto e della condivisone: non dell’affare, del contenimento o della repressione. Ed infine. Il trofeo della Clericus Cup rappresenta un pallone con scarpe da calciatore e cappello da prete, simbolo di uno sport che unisce le realtà della terra con quelle del sacro. Ed è l’augurio per questa "Pentecoste sportiva": lasciare meno solo lo sport, dare più umanità alla fede.