-IL PUNTO- Un oratorio del 2000 per far crescere i ragazzi

« Ci fosse ancora l’Oratorio di una volta»: la nostalgia dell’oratorio di trenta e più anni fa è un sentimento che traspare spesso dalle parole di chi si trova a commentare lo stato di abbandono, e di «maleducazione», che attanaglia una quota significativa della nostra gioventù. Tornare all’antica sicurezza dell’oratorio quale luogo educativo di tutti i ragazzi è la medicina che si invoca in questi casi, senza rendersi conto che così dicendo si commette un errore di prospettiva, perché si pensa che i giovani oggi possano essere affidati ad un oratorio che ricalchi semplicemente il modello di ieri. È come pensare di guidare un’auto o una moto tenendo gli occhi incollati non sulla strada che si snoda davanti a noi, ma su quella che scorre dietro nello specchietto retrovisore. La lezione del passato non va scartata, ma va rivisitata alla luce dei cambiamenti e dei bisogni imposti dal presente. L’oratorio di ieri poteva anche essere un cortile recintato, chiuso da mura che separavano i giovani dal mondo e dai suoi pericoli. Ben diversamente quel luogo oggi deve essere piuttosto una «piazza» senza recinzioni, uno spazio aperto in stretta osmosi col mondo. Pensare di segregare i giovani tra quattro pareti per curare in loro l’inquietudine, la sfiducia e la rassegnazione, i loro affanni, il senso di vuoto che li disorienta, significa non aver capito i giovani e non aver capito la realtà che abbiamo davanti. I giovani non hanno bisogno di bambagia, le loro famiglie sono già troppo protettive e ancillari. Hanno bisogno di relazioni umane allargate, di esperienze di vita costruttive; hanno bisogno di «rischiare» per ampliare i loro orizzonti, di confrontarsi per crescere, di rapportarsi con il territorio e la comunità che lo abita. Ciò è vero anche per quanto riguarda la vita sportiva dell’oratorio. Buttare un pallone tra i piedi dei ragazzi e sperare che faccia il miracolo di cambiargli la vita è anacronistico e velleitario. Lo sport educa se c’è a monte un progetto educativo importante, attuale, efficace, e se ci sono educatori all’altezza del ruolo. Non si può pensare di riproporre lo sport educativo negli oratori come un tempo, usando un prete, un cortile e un pallone. Dovremmo imparare piuttosto a guardare all’oratorio senza specchietto retrovisore: non come ad un erogatore di servizi, che ci libera dal fastidio della questione giovanile, ma come ad un grande laboratorio di esperienze umane che, a partire dallo sport o dal teatro o dalla musica, diventa un luogo importante di vita, di cultura, di civiltà, insegnando umanità, partecipazione e convivenza civile.