5 novembre 2015

Quanti “nodi” nella lista della spesa delle società sportive

Sentite questa. Un gruppo di genitori decide di mettersi al servizio dei ragazzi del quartiere e metter su un gruppo sportivo di periferia, mossi da entusiasmo e voglia di far divertire i ragazzi. Puro volontariato e testimonianza di amore per i giovani. Sei mesi dopo sono “disorientati”. Hanno dovuto registrare lo Statuto; costituire un Asd e iscriversi a un registro; affrontare montagne di burocrazia; prendersi delle responsabilità enormi sul piano legale. Avevano messo in conto di far fatica a trovare dei soldi per “magliette e palloni” questo sì. Ma tutto il resto non l’avevano né previsto, né considerato. È un esempio tipico di vita quotidiana delle società sportive di base. Fare una la lista della spesa dei “problemini” delle società sportive è complicato. Il carrello diviene stracolmo in un battibaleno. In primis la burocrazia, nemica invincibile e inafferrabile, identica per un gruppetto sportivo d’oratorio come per una multinazionale. Uno Statuto da registrare, un commercialista da pagare (parliamo di una società con tre squadrette di bambini) ecc. Chiaramente, nessuno osa pensare di aggirare leggi o normative: è un mondo di gente che dell’etica, della trasparenza, fa il suo modello di vita. Gente che per allenare o dirigere una piccola società d’oratorio o di quartiere mette soldi di tasca propria, senza superficialità o improvvisazione. Serve però “semplificazione”.

La questione delle visite mediche è un altro tasto dolente. In qualche regione d’Italia sino a 18 anni sono gratuite. In altre no. La tutela sanitaria è un valore non negoziabile, ma addossare il costo (in media 30 euro) alle famiglie vuol dire spesso “rigirarlo” alla società sportiva, che nella logica dell’“accoglienza” si sostituisce ai familiari meno abbienti. La sanità italiana ogni giorno è protagonista di qualche “spreco o scandalo”. In mezzo a fiumi di denaro davvero oggi non ci si può permettere di sostenere i costi di una visita medica per i ragazzi del nostro Paese? A scuola non è richiesta. Non c’è più quella del servizio di leva. Senza la visita medico sportiva si rischia di arrivare alla maggiore età senza un controllo sanitario obbligatorio. Per questo è un investimento prezioso (e non un costo) che dovrebbe essere gratuito per tutti. Amministratori “illuminati” in alcune regioni lo hanno fatto. Ma non è così dappertutto. Infine, c’è quel Far West degli impianti sportivi, e delle assegnazioni delle ore delle palestre o dei campi comunali, che avvengono con metodi “medievali”.

Impianti pochi, richieste, tante. Spesso (non sempre) senza criteri o regole chiare per stabilire chi possa giocare in quegli impianti. Nelle palestre scolastiche circolano ancora operatori scolastici retribuiti “in nero”, dirigenti scolastici da supplicare per l’utilizzo. Esempi virtuosi di città dove le cose funzionano bene nel Paese ne esistono, fortunatamente, ma la tendenza resta questa. Tutto sommato le equazioni non tornano mai nei bilanci di queste piccole società d’oratorio, dove tra le entrate ci sono le quote d’iscrizione dei ragazzi (in forte calo causa la crescente povertà delle famiglie), gli sponsor quasi assenti, e il miraggio dei “contributi da istituzioni”. I “costi”, invece, sono quelli di sempre e allora ecco spuntare quei miracolosi “arrangiamenti” a chiudere il bilancio: i contributi volontari dei dirigenti, le donazioni, o le raccolte fondi nelle feste parrocchiali o di quartiere. Oggi lo spazio per scrivere è finito, ma di problemi da mettere nel carrello delle società ce ne sarebbero ancora a decine.

 

L'angolo del Presidente

Quanti “nodi” nella lista della spesa delle società sportive

Massimo Achini

Presidente Nazionale