Formazione - scuola tecnici
23 maggio 2017

Il talento sportivo

Il talento sportivo

“Il talento colpisce un bersaglio che nessun altro può colpire; il genio colpisce il bersaglio che nessun altro può vedere”

Arthur Schopenauer

 

Un quesito continuamente affiorante nella vita quotidiana, nelle arti, nella politica, nello sport, se il talento rappresenti un dono naturale e quindi facente parte del patrimonio genetico o condizione determinata da applicazione, duro lavoro, situazioni ambientali stimolanti, combinazioni diverse, azzardo o caso.

Diverse quindi le tesi supposte, per motivare la propensione al successo.

Proveremo a fornire spiegazioni adeguate agli ambiti motori e sportivi, ma prima ancora di trattare concetti metodologici a partire dal “genotipo” e “fenotipo”, riteniamo interessante un escursione in aspetti diversi per pervenire ad un completa visione del concetto di talento.

 

Seneca sosteneva che “la fortuna non esiste; esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità”

Il filosofo interpreta il termine talento in senso qualitativo ma secoli prima in Grecia, il talento era un moneta dall’alto valore di scambio, mentre attualmente, si intende colui che possiede eccellenti qualità mentali, fisiche, di creatività che ne garantiscono il successo.

 

Citiamo inoltre una visione teologica del talento, ricordando un riferimento all’Angelus domenicale del 16 novembre 2014 di Papa Francesco che racconta della Parabola dei talenti tratta da San Matteo (25,14-30)

“Prima della partenza per un viaggio un padrone, chiama i suoi tre servitori ed affida loro dei talenti affinchè li facciano fruttare. Il primo e il secondo servitore raddoppiano ciascuno il capitale di partenza; il terzo, invece, per paura di perdere tutto, seppellisce il talento ricevuto in una buca. Al ritorno del padrone, i primi due ricevono la lode e la ricompensa, mentre il terzo, che restituisce soltanto la moneta ricevuta, viene rimproverato e punito”

 

Gesù, con questa parabola, vuole dirci che ognuno di noi è servitore del patrimonio affidatoci e che questo non va  custodito, preservato o peggio ancora nascosto  bensì fatto crescere.

Il talento sotto terra non frutta occorre investirlo.

In questa operazione di investimento delle nostre inclinazioni, abbiamo responsabiltà non solo verso noi stessi, realizzando così aspettative individuali, ma anche riguardo alla collettività perchè un talento deve poter esser utile investimento per il prossimo.

 

Niente è più comune di un talento sprecato”

(Howard  G.Endrics)

 

Nella mia esperienza di allenatore ed insegnante, ho visto o supposto di intravedere qualità talentuose in molti ragazzi, con capacità ed abilità motorie spiccate ed attorniati da condizioni ambientali ed economiche ideali per eccellere nelle attività sportive ma anche dotati di certezza che tutto ciò bastasse. Insomma una supponenza infruttifera.

Inoltre, spesso non si possiedono strumenti per riconoscere il proprio talento ovvero le proprie capacità ed aspirazioni, e convogliare energie creative per realizzare la vera natura individuale.

 

“L’artista è nulla senza il talento ma il talento è nulla senza il lavoro”

Emile Zola

 

Al processo di allenamento  è deputato il compito della comprensione delle predisposizioni tese all’impegno sportivo, attraverso la valutazione dell’entità del talento ereditato, delle influenze ambientali e la scelta quindi, delle proposte di carico finalizzate all’esaltazione delle caratteristiche individuali.

L’allenamento rappresenta lo stimolo evolutivo di adattamento dei tessuti degli organi, dei sistemi e degli apparati e di conseguenza delle risposte motorie dell’uomo.

 

Ma a parità di carico allenante da cosa dipende la differenza di performance?

La spiegazione sta nel genotipo, ovvero il corredo genetico che combinandosi con le sollecitazioni provenienti dall’ambiente esterno,  concretizzano e caratterizzano le  risposte che formano e distinguono il fenotipo.

In sintesi, il fenotipo,  è l’insieme dei caratteri che l’individuo manifesta e che si possono osservare in maniera più o meno evidente. Il fenotipo dipende dal genotipo, ma anche dalle interazioni fra geni ed ambiente.

Le differenti prestazioni, quindi, sono determinate da fattori innati ed ambientali in loro combinazione più o meno adeguate o ideali.

 

La teoria delle 10.000 ore

Diverse sono le teorie interpretative dell’allenamento, fra queste c’è chi studiando i meccanismi fisiologici, sostiene che “necessitano 10.000 ore di lavoro per diventare campione”

Anders Ericsson professore di psicologia alla Florida State University, studioso di performance in campi quali musica, scacchi, medicina e sport, sostiene che il talento quale “dono innato” sia stato un concetto mitizzato e che ogni abilità, anche la più complessa viene sviluppata e condotta ad esprimersi ad alti livelli in virtù di una confidenza continua, coltivata nell’esercizio grazie all’allenamento.

Lo scarto fra un mediocre ed un elevato riscontro di performance è determinato non essenzialmente dalla quantità di esercitazioni o dal tempo dedicato ad un’attività comunque necessaria, ma soprattutto dalla qualità esecutiva.

Un apparato genetico sia pur di eccellenza abbisogna di crescita, l’esercizio metodico ripetitivo, quantitativo, necessita di controllo e di qualità percettive che analizzino il compito, quindi ogni attività  eccelle se neurologica.

Non il nostro corpo è elastico bensì il nostro cervello, le sue peculiarità elastiche, di trasformazione di interrelazione fra aree

L'angolo tecnico

Il talento sportivo

Renato Marino

Scuola Nazionale Tecnici