Un
pellegrinaggio sportivo? Sarebbe troppo riduttivo. L’esperienza vissuta in
Terra Santa conosciuta col nome “JPII Games 2011 - Maratona per la pace” da un
lato ha confermato che il pellegrinaggio nei luoghi santi possiede la forza di
toccare i cuori e riaccendere il desiderio di preghiera e di religiosità,
dall’altro ha confermato che lo sport possiede una molteplicità di valenze e di
potenzialità inespresse. Non è questa la sede per ricordare lo stupore
generato, in questi luoghi santi, dall’incontro armonioso con le religioni
cristiana, ebraica e islamica. Come pure, sorprende scoprire che le diversità
tra le culture presenti in quella regione non sono un problema insormontabile
per la pacifica convivenza. Ed è per questo che ogni iniziativa di comunione in
quei territori rafforza la speranza che la pace è possibile. Lo sport, ed è
questo un dato su cui riflettere, negli ultimi decenni ha profondamente modificato
la cultura sociale che lo sostiene. Talvolta divenendo un dono, altre volte un
problema. Parole affiancate a sport sono espressione di diversi modelli
culturali. Aggettivi diversi: agonistico,affaristico, mediatico, valoriale,
educativo… Pensando però alle antiche Olimpiadi e alla sacra “tregua olimpica”,
con sospensione di ogni guerra, non stupisce riproporre oggi lo sport quale
strumento di pace. Dunque, quali frutti di pace ha portato questa “Maratona per
la pace 2011”? Quali guerre ha fermato? Per gli scettici è stata una fatica
inutile. La politica – affermano – non si è scomodata; non ha corso, non ha
speso energie. È vero, eppure molti piccoli “miracoli” sono avvenuti sotto gli
occhi dei media internazionali. Hanno giocato insieme, nella stessa squadra,
ebrei e palestinesi. Un evento unico, mai successo prima e, per questo, segno
di speranza. Un gruppo di giovani ebrei è potuto venire a Betlemme per iniziare
la corsa. Non era mai successo prima: agli ebrei è proibito andare in terra
palestinese! Un gruppo di palestinesi, in quanto parte della Maratona, è potuto
transitare dal check-point e giungere a Gerusalemme, senza essere controllato,
perquisito o respinto. Una rarità! Un gruppo di ragazzi di Haiti, presenti con
la Fondazione Rava e i volontari statunitensi e spagnoli, ha respirato fede,
gioia e serenità. Non poco, dopo le sofferenze del terremoto e le difficoltà a
ripartire. E che dire dello stupore con cui gli atleti-pellegrini italiani
hanno riassaporato la pace del cuore e il gusto della preghiera? E tutto questo
grazie allo sport. Alle potenzialità del mondo sportivo. Alle speranze ed ai
sogni degli uomini di sport. È proprio vero: in terra di dormienti gli sportivi
scelgono il sogno da sognare.